Pugnali, religiosità e integrazione

Il dibattito fra libertà religiosa e sicurezza dello stato è uno dei più accesi nella nostra giovane Repubblica.
Se in alcuni stati ha prevalso il pluralismo e la tolleranza (si veda ad esempio il Regno Unito), in altri il principio di laicità dello stato è andato a schiacciare verso il basso alcuni aspetti del diritto alla libertà religiosa (si veda la Francia, dove non è consentito l’utilizzo del velo islamico).

La Repubblica Italiana è rimasta fuori da questo dibattito per un lungo periodo, senza prendere una posizione netta, probabilmente perché l’immigrazione non è stata considerata tangibile fino a pochi anni fa.

Pochi giorni fa la Cassazione si è espressa, portando l’Italia ad avere una posizione simile a quella francese, stabilendo che:

non è possibile che l’attaccamento ai propri valori porti ad una violazione cosciente di quelli della società ospitante

Nello specifico il caso portato all’attenzione della Corte Suprema è legato ad alcuni dettami della religione Sikh, che che conta nel nostro paese circa 70mila fedeli.

La fede Sikh prevede infatti che il fedele porti sempre alla cintura il Kirpan, un pugnale

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Un classico Kirpan Sikh

dotato di una lama di circa 18 cm. Ciò è però vietato dalla giurisprudenza italiana per tutelare la pubblica sicurezza.

C’è chi sostiene che questa sentenza sia un baluardo di democrazia o che favorisca l’integrazione dei migranti nella nostra società.

Se dal punto di vista legislativo la sentenza è inattaccabile in quanto rispetta la Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo, non ritengo che possa considerarsi positiva per la nostra società. Questa sentenza, infatti, non va a tutelare nessuno, ma va anzi a ledere quelli che dovrebbero essere i diritti di tutti.

Andiamo a vedere cosa mi porta a pensare che questa sentenza sia pressoché inutile: se a far sorgere la necessità di trasportare quella che può essere considerata un’arma a tutti gli effetti è un motivo religioso e non la “legittima difesa” è chiaro che il proprietario sarà restio ad utilizzarla anche solamente per difendersi in caso di necessità.
D’altro canto dubito che un malintenzionato qualunque anche nel momento in cui fosse legale il circolare con armi di questo tipo, lo farebbe: attirerebbe molte, troppe attenzioni. Preferirebbe quindi nascondere una qualunque arma, come d’altronde avviene oggi.

Il tema che sto affrontando oggi è però di più ampio respiro e pone una domanda importante alla nostra società: l’integrazione è un processo unilaterale in cui la responsabilità è del migrante che deve adattarsi a costumi e stili di vita oppure si tratta di un processo complesso che deve coinvolgere tutta la cittadinanza per costruire una società veramente multiculturale?

Sono i singoli che devono adattarsi a ciò che trovano arrrivando qui oppure la società tutta deve fare un passo avanti e diventare più aperta?

Viviamo in una società plasmata dalla globalizzazione (che sicuramente non accenna a fermarsi), non possiamo permetterci di pretendere che siano gli altri a conformarsi a noi: dobbiamo sicuramente difendere i sacrosanti principi del nostro stato (la libertà, la democrazia..), ma nel fare ciò non possiamo andare a ledere i diritti degli altri per tutelare dei “valori culturali” che, nei fatti, non sono sotto attacco. Dobbiamo muoverci verso una società al plurale, dove le culture di tutti sono accettate, dove non esiste una cultura “dominante” per il paese e dove vige il rispetto. Per tutti.

Perché eri in piazza?

Il 6 Maggio sono sceso in piazza a Roma insieme a tanti altri ragazzi della Rete degli Studenti Medi, universitari dell’Unione degli Universitari e tanti lavoratori della CGIL. 

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La piazza del 6 maggio, a Roma

Ma, nel 2017 – anno in cui l’astensionismo è diventando un vanto e le ideologie sono cose da combattere – che senso ha scendere in piazza?

Potrei ammorbarvi con un lungo articolo sui diritti nel mondo del lavoro, ma non lo farò, voglio essere molto più schematico, scrivendo di getto i motivi per cui sono sceso in piazza.

Sono sceso in piazza perché il lavoro deve essere un diritto, non un privilegio.

Sono sceso in piazza perché non possono esistere lavoratori di serie A e lavoratori di serie B.

Sono sceso in piazza perché mi rifiuto di credere che il mio paese non abbia nulla da darmi, che io debba andarmene all’estero per avere un lavoro stabile.

Sono sceso in piazza perché la scuola pubblica non può essere considerata uno spreco di soldi, ma deve essere riconosciuta come colonna portante del Paese e come tale deve quindi essere adeguatamente finanziata e valorizzata.

Sono sceso in piazza perché gli studenti delle superiori non possono essere considerati manodopera gratuita.

Sono sceso in piazza perché lo stato ha il dovere di aiutarmi se sono costretto a lavorare per mantenermi durante gli studi.

Sono sceso in piazza perché mi spetta il diritto di poter scegliere il mio percorso di studi, potendo avere la certezza di trovare un posto di lavoro che mi valorizzi.

Sono sceso in piazza perché, nonostante tutto, ho ancora una mia idea di società, una società giusta, equa, libera dai capricci del mercato; insomma, una società davvero democratica.

Sono sceso in piazza perché ritengo che non si possa essere vivi e felici se non lo sono anche gli altri.

Insomma, sono sceso in piazza perché se non saremo noi a cambiare questo paese, non lo cambierà nessuno.